|
 |
Archivio :
|
 |
La tradizione del ''martisor'' |
(2012-02-28) |
Ultimo aggiornamento: 2012-03-06 13:32 EET |
(di Carmen Velcu) Il primo marzo, i romeni festeggiano l’usanza primaverile del “martisor”, cioè “marzolino”, che trae il nome dal mese di marzo. E’ una festa che riesce a creare, ogni anno, un’atmosfera allegra e variopinta nell’intero Paese. Negli ultimi giorni di febbraio appaiono, invariabilmente, sulle bancarelle, questi segni simbolici della primavera, che sono dei ciondoli portafortuna, di diverse forme e colori, animaletti, cuoricini, fiori vari, legati con un fiocco di due fili intrecciati di seta, bianco e rosso.
Il bianco è simbolo di purezza, mentre il rosso è simbolo della vita e dell’amore. Il martisor è offerto il primo marzo, per tradizione, primo giorno di primavera, a tutte le donne, come augurio di buona fortuna, amore e buon inizio di primavera, accompagnato da fiori di stagione, dolci o altri regali.
Una volta, c’erano solo i due fili di lana, bianco e rosso, simboleggiando l’inverno e l’estate; più tardi, si è aggiunta una monetina d’argento o d’oro, legata al colo dei bambini, delle donne, e, a volte, persino degli uomini, per essere protetti dal male. Il martisor veniva appeso al collo, o sul petto, finquando fiorivano le rose....Il soldo significava prosperità, i fili bianco e rosso significavano che il viso delle ragazze sarebbe stato bianco come il giglio e bello come una rosa.
In alcuni villaggi, il martisor lo si doveva tener legato al collo finquando fiorivano i ciliegi, quando veniva poi legato ad un ramoscello che poi veniva rotto in tre pezzetti. Si prendevano quindi tre fiori dall’albero; due si mettevano all’orecchio e il terzo alla cintura.
Se nella regione della Transilvania (ovest) il martisor veniva apeso all’icona, per difendere la casa dal fulmine, in Valacchia (sud) e Moldavia (est) il filo era appeso nei rami del primo albero fiorito, oppure ad un cespuglio di rose. Diceva l’usanza che così si portava la bellezza alle ragazze e ricca frutta agli alberi.
Nella provincia di Tulcea (sud-est), dove il Danubio sfocia nel Mar Nero, il martisor si metteva sotto una pietra, sul recinto, oppure si gettava sopra la casa. In altri posti, il martisor veniva messo sotto la “chioccia” affinchè e porti quanto più numerosi pulcini.
Il primo marzo segna anche l’inizio della festa di Dochia, antica divinità che muore il primo e rinasce il 9 marzo, l’equinozio primaverile nel calendario popolare. La leggenda dice che la vecchia Dochia fosse una suocera cattiva che il primo giorno di marzo inviò sua nuora in montagna a raccogliere le fragole.
Per strada, questa incontrò un vecchio che le regalò un mucchio di fragole. Vedendole, la vecchia Dochia pensò che fosse arrivata la primavera. Cosicchè indossò le sue dodici pellicce, (quanti i mesi dell’anno), prese il gregge di pecore e andò sulla montagna. Il tempo tiepido le fece togliere le pellicce, ad una, ad una. Ma il freddo arrivò all’improvviso e la vecchia, assieme alle pecore, fu traformata in ghiaccio che divenne poi, roccia.
Così si sarebbe formata la roccia chiamata Babele (le Vecchie) del massiccio Bucegi, nei Carpazi meridionali. La tradizione vuole che la vecchia Dochia, che scuote le sue pellicce piene di pioggia o neve, sia responsabile del tempo capriccioso all’inizio della primavera.
Le donne si scelgono, a caso, uno dei giorni tra il primo e il nove di marzo. Secondo la tradizione, che tempo farà nel rispettivo giorno, così sarà la rispettiva donna, da anziana: serena e allegra, oppure brutta e cattiva.
|
|
|
WMA |
|
64kbps : |
1
2
3
|
|
128kbps : |
1
2
3
|
|
MP3 |
|
64kbps : |
1
2
3
|
|
128kbps : |
1
2
3
|
|
AAC+ |
|
48kbps : |
1
2
3
|
|
64kbps : |
1
2
3
|
 La mascotte storica di RRI
|