2025-04-04



















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Le piante e le feste natalizie
(2011-12-06)
Ultimo aggiornamento: 2011-12-13 9:39 EET
brad (di Carmen Velcu) La tradizione dei fiori e dei motivi floreali che arricchisce il mondo spirituale romeno alla vigilia delle feste natalizie, che cominciano il 6 dicembre con la Festa di San Nicola, trae origine dalle pratiche agricole, tramandatesi ai nostri giorni. Ed è logico che tantissime acquistino, per la loro stessa struttura, profondi significati connessi ai nostri sentimenti durante le feste che ci affascinano e ci purificano al tempo stesso.

Non è affatto sorprendente che nella categoria delle piante, il grano aveva un posto essenziale come portatore di genesi e alimento importante nella continuità della vita terrestre. La popolazione contadina, persino quella cittadina, lo ha assimilato come un simbolo vitale, motivo per cui, dalla Festa di Sant’Andrea, celebrata il 30 novembre, fino dopo la Notte di Capodanno, il grano viene fatto crescere nei piatti d’argilla, alla finestra, di modo che il Novello Anno sia quanto più fertile.

Altrettanto carico di simboli è l’abete, sovrannominato l’albero della vita. Albero della vittoria della vita sulla morte, l’abete è in tutto il mondo un simbolo della ricchezza e dell’abbondanza. Per cui, quasi non esiste famiglia che non abbia in casa un ramoscello di abete, che rafforza la convinzione dell’uomo di trovarsi davanti ad un vero e proprio altare dell’esistenza umana, simile a quella vegetale. Forse sarà questo il motivo per cui l’abete viene decorato con ogni sorta di palloncini di vetro, che suggeriscono il cielo pieno di stelle, motivi della stessa eterna esistenza.

Quindi, l’abete si identifica con l’albero di Natale, con la festa della natività del Signore, con i regali fatti ai nostri cari! Un Natale senza l’abete addobato a festa, non è Natale! E i regali non hanno lo stesso significato se non messi sotto l’albero di Natale!
Simbolo della grande festa, l’abete giunse nello spazio romeno agli albori della modernità, con le tendenze naturali di sincronizzazione della nostra cultura alla grande cultura europea. Gli etnologi hanno studiato la filiera su cui l’abete è adottato quale simbolo di Natale anche nell’areale ortodosso, sostituendo a volte i simboli tradizionali.

L’accogliente cultura romena si è manifestata anche così, nell’accettare le offerte che rispondono alle esigenze spirituali del popolo. Nelle attestazioni disponibili agli etnologi romeni, l’albero di Natale scende nel tempo alla metà dell’Ottocento e fu addobbato per la prima volta a Bucarest.

Era presente nelle case dei tedeschi giunti a Bucarest e fu ottimamente accolto, in quanto già la cultura romena aveva la presenza dell’abete alla nascita, alle nozze e ai funerali. Per la spiritualità romena, l’abete è l’albero della vita, l’asse che unisce il cielo alla terra, che aiuta l’uomo ad aspirare verso la divinità ed era presente nei riti importanti, del ciclo di vita di famiglia, cosicchè fu accettato in modo facilissimo come segno di festa, come albero di Natale.

Le cause per cui l’abete e non un altro albero diventò simbolo della Natività di Cristo sono complesse. Non si tratta di una semplice tendenza di imitare la cultura occidentale. Pochi sanno che nello spazio romeno, quando l’abete comincia a essere adottato come un segno di Natale, il tasso, una specie di conifero, andava molto di moda, perchè, stando alla leggenda, sotto i suoi rami trovò riparo la Madonna, quando stava per partorire Gesù.

E non va dimenticato che le foglie di rovere intrecciate in ghirlande, al pari della vite, suggeriscono per la loro simbolistica la loro eternità scaturita dalla splendida filosofia delle varie ipostasi del passaggio dell’uomo nei vari stati cosmici: nascita, vita, morte.

Sulla stessa scala dei valori spirituali si inserisce il vischio, fonte di salute e di gioia, al quale viene attribuito un ruolo terapeutico, soprattutto nel guarire le malattie dell’occhio. E l’unica pianta che domina l’inverno. Sono però in pochi a sapere che il vischio è un’escrescenza sul tronco del rovere.

Chi oggi conosce ancora l’origine della “sorcova” che riunisce in uno splendido mazzo i più modesti, ma resistenti fiori prennemente verdi? L’usanza di fare gli auguri con la “sorcova” a Capodanno è la gioia dei bambini, che reggono nelle mani il ramoscello pieno di mughetti, rotto da un albero che svolge il ruolo di una bacchetta magica, in grado di trasmettere vigore e giovinezza.

Modesti e profumati, i fiori acquistano un significato vitale sotto il gelo dell’inverno quando la “sorcova” si accompagna al cantico della vita. “Che viviate fioriti…”, assimilati con la stessa vegetazione che dischiude la stagione nell’agricoltura, “simile ai meli e ai peri, in mezzo all’estate…” sono alcuni dei versi del canto augurale che si fa a Capodanno.
 
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